DUE COLONNE IN CRONACA

Cominciamo da Repubblica: due colonne in prima e il resto a pagina 21. Passiamo al Fatto: richiamino di una colonna e mezza in prima, sotto il titolone dedicato a Ligresti, e una cronachetta a pagina 9. Arriviamo al Corriere: stessa spiaggia, stesso mare. Fino alla Stampa che, in prima pagina, non va oltre uno strilloncino a una colonna. Questo il rilievo che grandi giornali e grandi giornalisti hanno riservato ieri all’assoluzione del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, i due ufficiali del Ros inchiodati da cinque anni a un processo che, nelle intenzioni della procura di Palermo, avrebbe dovuto certificare non solo il loro patto osceno e inconfessabile con il boss Bernardo Provenzano, al quale sarebbe stata risparmiata nel ’95 la cattura in quel di Mezzojuso, ma anche e soprattutto l’esistenza della famigerata trattativa tra stato e mafia.
20 AGO 20
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Cominciamo da Repubblica: due colonne in prima e il resto a pagina 21. Passiamo al Fatto: richiamino di una colonna e mezza in prima, sotto il titolone dedicato a Ligresti, e una cronachetta a pagina 9. Arriviamo al Corriere: stessa spiaggia, stesso mare. Fino alla Stampa che, in prima pagina, non va oltre uno strilloncino a una colonna. Questo il rilievo che grandi giornali e grandi giornalisti hanno riservato ieri all’assoluzione del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, i due ufficiali del Ros inchiodati da cinque anni a un processo che, nelle intenzioni della procura di Palermo, avrebbe dovuto certificare non solo il loro patto osceno e inconfessabile con il boss Bernardo Provenzano, al quale sarebbe stata risparmiata nel ’95 la cattura in quel di Mezzojuso, ma anche e soprattutto l’esistenza della famigerata trattativa tra stato e mafia.
Due colonne in cronaca: era questa la collocazione che i capicronisti di un tempo assegnavano ai fatti minimi, quelli di ordinaria cronaca nera. Invece la sentenza pronunciata ieri a Palermo da Mario Fontana, presidente della Quarta sezione del tribunale, avrebbe meritato ben altri titoli e ben altri commenti. Primo, perché dopo un calvario lungo nove anni, la sentenza restituisce l’onore a un servitore dello stato che, da quando ha arrestato nel ’93 Totò Riina, sanguinario capo dei corleonesi, ha dovuto trascorrere gran parte della sua vita tra le aule dei palazzi di giustizia, inseguito da accuse che due collegi giudicanti hanno definito prive di qualsiasi riscontro. Secondo, perché la sentenza di ieri taglia, uno dopo l’altro e senza pietà, i fili ai quali il procuratore Antonio Ingroia, prima della sua discesa in politica, aveva legato il maxi processo, ancora tutto da celebrare, sulla Trattativa; un maxi processo che pretende di puntare sempre più in alto, che vede imputati boss ed ex ministri, uomini delle forze dell’ordine e avanzi di galera, tutti seduti sullo stesso banco, accatastati come legna da ardere in un unico rogo di infamia e viltà.
Il processo a Mori avrebbe dovuto essere la prova generale del Grande Processo. Invece gli ha tagliato le gambe. Irreparabilmente. Non solo ha riportato dentro i binari di ordinaria amministrazione la condotta di Mori nei confronti di Provenzano: “Il fatto non costituisce reato”, hanno detto i giudici, cancellando definitivamente l’ipotesi del patto scellerato. Ma mentre Ingroia considera la testimonianza di Massimo Ciancimino, figlio del terribile Don Vito, il perno del suo atto di accusa, il collegio presieduto da Mario Fontana considera Massimuccio semplicemente un pataccaro, al punto di avere trasferito gli atti all’ufficio del pm per le conseguenti determinazioni. E non è finita qui: mentre Ingroia accusa di falsa testimonianza Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno, e lo costringe a sedere in corte di assise sul banco degli imputati a fianco di due malacarne come Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, il tribunale che lo ha ascoltato nell’ambito del processo Mori non solleva la benché minima perplessità. Ce n’era abbastanza di carne al fuoco, no? Se si pensa poi che Mancino, sottoposto come un delinquente di strada a intercettazione telefonica è stato utilizzato dal cerchio magico di Ingroia come strumento per mascariare Giorgio Napolitano; se si pensa che dopo il verdetto di ieri riesce veramente difficile capire come potrà andare avanti il Grande Processo che si è aperto a maggio e si concluderà chissà quando; se si pensa che l’assoluzione di Mori fa a pezzi la credibilità della procura di Palermo e dei suoi pataccari; se si pensa a tutto questo non resta in piedi che una domanda: perché due colonne in cronaca?
Giornali e giornaloni, soprattutto quelli che, da dieci anni a questa parte, facendo da spalla a Ingroia e alla sua corte, ci ammorbano con la mistica della Trattativa, avrebbero potuto cavarsela ieri con la limpidezza di una pubblica ammissione di colpa: cari lettori, scusateci, abbiamo preso una colossale cantonata, abbiamo coccolato il giovane Ciancimino, che ci era stato venduto come “icona dell’antimafia”, ma Massimuccio era solo un degno figlio di suo padre il cui unico obiettivo era quello di salvare il bottino nascosto chissà dove da don Vito; poi vi abbiamo raccontato che il Gran Processo istruito da Ingroia sarebbe stato la grande, irripetibile occasione per riconsegnare lo stato alla cultura della verità, invece non è altro che una grande collezione di faldoni, trecento mila pagine, senza prove e senza movente, una boiata pazzesca come ha dimostrato il professore Giovanni Fiandaca, uno dei più autorevoli docenti di Diritto penale.
Invece niente. Giornali e giornaloni anziché ammettere le proprie responsabilità hanno preferito ieri giocare a nascondino: due colonne in cronaca e, se restava spazio in fondo pagina, magari un commentino, ammiccante e pelosetto, per precisare che – forse che sì, forse che no – l’assoluzione di Mori una qualche conseguenza sul Grande Processo potrà pure averla, ma non c’è da preoccuparsi più di tanto perché il procuratore Vittorio Teresi ha dichiarato che comunque se lo aspettava e il sostituto Nino Di Matteo ha aggiunto che nella sentenza “ci sono passaggi che fatico a spiegarmi”. No, Teresi e Di Matteo possono dormire tra due guanciali. Il Corriere della Sera è sempre lì, pronto ad ascoltare i loro palpiti e a non fare mai mancare il suo conforto: “Certo, sono due vicende giudiziarie separate; certo, questo è solo un verdetto di primo grado; certo, dall’altra parte la Procura è reduce da due iniziali successi come il rinvio a giudizio e la competenza della Corte di Assise di Palermo. Però, etc. etc”. E Repubblica non va oltre la tiratina di orecchie per la fragilità di certe prove presentate dai pm a sostegno delle proprie accuse: “Ormai la questione è ben più grande e complicata, il tema è un altro: la magistratura giudicante italiana (e siciliana) vuole vedersi – giusto o sbagliato che sia – arrivare altri processi”. Si spinge poco più in là la Stampa: “Sentenza abbastanza prevista, dunque. Come in genere lo sono quelle che riguardano le istituzioni e gli apparati dello stato, dove non si riesce a distinguere i confini netti tra comportamenti sconvenienti e reati veri e propri”. Nessuno che sollevi un dubbio. Il Grande Dubbio. Come mai alcuni pubblici ministeri continuano a costruire processi senza prove, processi che durano anni, che costano a chi li subisce sofferenze atroci? Solo il generale Mori ne ha patiti due, con assoluzione piena, e si prepara a subirne un terzo. Quale demone, quale perversione – o quale interesse – si nasconde dietro tanta disinvoltura, dietro tanta spregiudicatezza?
E peccato che la sentenza sia caduta d’estate, con tutti i programmi televisivi in vacanza. Perché sarebbe stato interessante vedere come avrebbe reagito, per esempio, Michele Santoro che sulle imposture di Massimo Ciancimino, testimone chiave della Trattativa, ha costruito trasmissioni memorabili. Con Massimuccio che si trasformava in ventriloquo del padre – ricordate? – per meglio sputtanare chiunque gli venisse a tiro, dal senatore Marcello Dell’Utri a Silvio Berlusconi, da Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, ai generali dei carabinieri. Sputtanava e mascariava tutti, senza limiti e senza ritegno.
Tanto, chi poteva fermarlo? Era formalmente un testimone al servizio della procura di Palermo e in quanto tale godeva di una sorta di impunità. E sarebbe stato altrettanto interessante conoscere, in apertura di “Servizio Pubblico”, il giudizio del Grande Conduttore sulle ultime avventure di Antonio Ingroia che, con la regia sua e dei bravi ragazzi del Fatto, ha tentato di mettere a frutto la popolarità acquisita con la Trattativa per conquistare un suo spazio in politica e dentro il Parlamento. Gli elettori lo hanno bocciato. Sonoramente bocciato. Ma per Santoro non è mancato. Chi non ricorda quei suoi ameni collegamenti, tra le palmette del Guatemala, montati apposta per dargli la possibilità di sputacchiare, con l’autorità che gli derivava dall’essere ancora magistrato – “Io so”, diceva – sui suoi avversari politici? Chi non ricorda le sue requisitorie televisive su imputati e futuri imputati dei processi che ruotavano e ruotano attorno alla maledetta Trattativa?
Le favolette nere che Ciancimino e Ingroia hanno raccontato per anni in tv e sui giornali, senza mai avere un contraddittorio, hanno finito per creare – lo ha denunciato lo stesso Mori nelle dichiarazioni spontanee rese al processo – una “giurisdizione parallela” con vere e proprie udienze mediatiche celebrate in sedi extragiudiziarie dai pm del processo vero, come Ingroia e Di Matteo, che il senso del dovere avrebbe dovuto obbligare al silenzio. Questo malcostume – ha sostenuto Mori – provoca agli imputati un danno incalcolabile perché crea un clima di caccia alle streghe dal quale non sempre i giudici riescono a mantenersi estranei. Mario Fontana, presidente del tribunale che ha giudicato Mori e Obinu, ha per fortuna un rapporto difficile con giornali e giornalisti: mai un’intervista, mai un commento. E ha tirato dritto. Ha trovato un processo senza prove e ha assolto i due imputati.
Ma i giornaloni gliel’hanno fatta pagare: due colonne in cronaca.